Pubblicato il Marzo 11, 2024

La vera sfida delle bioplastiche nell’arte non è la loro fragilità, ma la nostra capacità di gestirne scientificamente il ciclo di vita, trasformando il degrado da difetto a valore.

  • Contrariamente alla credenza comune, le bioplastiche non si degradano rapidamente in ambiente naturale, ma richiedono condizioni industriali specifiche, aprendo un nuovo campo di studio per la conservazione.
  • Il valore di mercato si sta spostando dall’oggetto “eterno” al “processo documentato”: la trasformazione e il decadimento dell’opera diventano l’asset collezionabile.

Raccomandazione: Artisti e collezionisti devono approcciare l’opera in bioplastica non come un manufatto statico, ma come un processo biologico da comprendere, documentare e gestire attivamente fin dalla sua creazione.

L’irruzione delle bioplastiche nel mondo dell’arte contemporanea ha generato un’ondata di entusiasmo, alimentata dalla promessa di una creatività più sostenibile. Artisti e collezionisti, sempre più sensibili alle tematiche ambientali, guardano a materiali come il PLA (acido polilattico) come a un’alternativa virtuosa alle resine petrolchimiche. Questa fascinazione, tuttavia, si scontra spesso con un interrogativo fondamentale che aleggia in studi d’artista e gallerie: quanto durerà? L’idea che un’opera possa, per sua natura, decomporsi e tornare alla terra affascina e spaventa allo stesso tempo.

Le risposte comuni a questa domanda tendono a oscillare tra due estremi semplicistici. Da un lato, c’è la visione quasi utopica di un’arte completamente circolare, che si dissolve senza lasciare traccia. Dall’altro, il timore di un investimento che si sbriciola letteralmente tra le mani, minando le fondamenta stesse del collezionismo basato sulla perennità. Ma se la vera rivoluzione non risiedesse nella biodegradabilità in sé, bensì nella capacità di progettarla, controllarla e persino valorizzarla? In qualità di restauratore di arte contemporanea, il mio approccio si fonda su una prospettiva scientifica: la materia non è mai né eterna né effimera in senso assoluto, ma è governata da leggi chimico-fisiche che possiamo comprendere e gestire.

Questo articolo si propone di superare le platitudini per offrire un’analisi tecnica e prospettica. Esamineremo perché alcune opere si degradano inaspettatamente, come la scelta dei materiali influisce sulla loro stabilità a lungo termine e in che modo il mercato sta ricalibrando il concetto di valore. L’obiettivo è fornire ad artisti e collezionisti gli strumenti per navigare in questo nuovo paradigma, dove la conservazione non significa più arrestare il tempo, ma accompagnare scientificamente la vita (e la fine) controllata dell’opera d’arte.

Per navigare attraverso queste complesse dinamiche, abbiamo strutturato l’articolo in diverse sezioni chiave. Questo percorso vi guiderà dalla scienza dei materiali alle strategie di mercato, fornendo una visione completa del cambiamento in atto.

Perché alcune sculture in bioplastica si autodistruggono prima del previsto?

Una delle più grandi misconcezioni sulle bioplastiche è l’idea che la loro degradazione sia un processo rapido e automatico in qualsiasi ambiente. La realtà, dal punto di vista scientifico, è ben più complessa e spiega perché alcune opere mostrino segni di cedimento inaspettati, mentre altre rimangono stabili ben oltre le attese. Il crollo non è quasi mai casuale, ma è il risultato di un’incomprensione delle condizioni ambientali necessarie per attivare il processo di decomposizione.

Contrariamente alla percezione comune, materiali come il PLA non si dissolvono se abbandonati in natura o in un ambiente domestico standard. Uno studio pluriennale condotto dal CNR ha dimostrato che campioni di bioplastica immersi in mare non mostrano nessuna degradazione significativa dopo sei mesi. La “biodegradabilità” certificata si riferisce quasi esclusivamente a condizioni di compostaggio industriale, un ambiente controllato che è difficile replicare involontariamente. I fattori critici che innescano la degradazione sono principalmente tre:

  • Temperatura: Il PLA richiede temperature elevate per avviare l’idrolisi. In condizioni ottimali di 65°C, presenti in un impianto di compostaggio, la degradazione avviene in circa 50 giorni. In una compostiera domestica, che raramente supera i 40°C, i tempi si allungano a 120 giorni.
  • Umidità: Un’umidità relativa superiore al 95% è essenziale per accelerare la rottura delle catene polimeriche. Un’opera conservata in un ambiente interno climatizzato non raggiungerà mai queste soglie.
  • Presenza di microrganismi: Specifici batteri e funghi, abbondanti nel compost, sono necessari per “digerire” i frammenti del polimero una volta che l’idrolisi è iniziata.

L’autodistruzione prematura di una scultura, quindi, non è un difetto intrinseco del materiale, ma spesso il risultato di una conservazione impropria (es. in una serra umida e calda) o dell’uso di additivi e pigmenti che ne alterano la stabilità chimica. Comprendere questi parametri è il primo passo per un artista o un collezionista per garantire la longevità desiderata dell’opera, trasformando il degrado da un rischio a una variabile potenzialmente controllabile.

Come creare stampi e calchi a impatto zero senza resine tossiche?

La creazione di sculture spesso passa attraverso la realizzazione di stampi e calchi, una fase del processo artistico storicamente dominata da materiali come resine epossidiche, poliestere e siliconi. Sebbene efficaci, questi composti derivati dal petrolio presentano significative criticità ambientali e sanitarie, rilasciando composti organici volatili (COV) tossici e generando rifiuti non riciclabili. La transizione verso una pratica artistica sostenibile richiede quindi di ripensare anche questi strumenti intermedi, cercando alternative a impatto zero.

La risposta innovativa arriva dal mondo dei biopolimeri e dei biomateriali, che offrono la possibilità di creare stampi completamente compostabili. Un esempio virtuoso è l’uso di scarti organici comuni per la produzione di matrici funzionali. Studenti dell’Istituto Cobianchi di Verbania, ad esempio, hanno dimostrato come sia possibile trasformare i fondi di caffè esausti, semi di zucca e ippocastano in biopolimeri solidi, perfetti per la produzione di piccole bioplastiche e, per estensione, di stampi a perdere.

Struttura di micelio bianco che cresce su substrato organico formando uno stampo tridimensionale

Un’altra frontiera rivoluzionaria è rappresentata dal micelio, l’apparato radicale dei funghi. Miscelando il micelio con substrati agricoli di scarto (come paglia o segatura) all’interno di una forma, questo cresce fino a riempirla, creando un oggetto solido, leggero e resistente in pochi giorni. Al termine del suo utilizzo, lo stampo in micelio può essere semplicemente sbriciolato e usato come ammendante per il terreno. Questa tecnica non solo elimina completamente i rifiuti tossici, ma introduce anche un’estetica organica e un processo “vivente” nella pratica scultorea, trasformando la creazione dello stampo in una performance biologica.

Materiali eterni vs biodegradabili: quale scelta premia il mercato oggi?

La contrapposizione tra la perennità del bronzo o del marmo e la transitorietà programmata delle bioplastiche non è solo una questione filosofica, ma sta definendo due logiche di mercato parallele e distinte. In Italia, il settore delle bioplastiche è in piena espansione, con 288 aziende e un fatturato di 828 milioni di euro nel 2023, un segnale che l’interesse per questi materiali è ormai consolidato e non più una nicchia. Questa crescita si riflette anche nel mercato dell’arte, dove i collezionisti si dividono tra approcci tradizionali e d’avanguardia.

Per comprendere come il mercato stia valutando queste due categorie di opere, è utile un confronto diretto delle loro caratteristiche fondamentali. Il valore non risiede più solo nell’oggetto, ma nell’intero ecosistema che lo circonda.

Confronto tra materiali eterni e biodegradabili nel mercato dell’arte
Caratteristica Materiali Eterni Materiali Biodegradabili
Durata dell’opera Secoli/Millenni Mesi/Anni
Valore di mercato Stabile nel tempo Legato al processo di degrado
Documentazione Standard tradizionale Video time-lapse, NFT come certificato
Target collezionisti Investitori tradizionali Collezionisti d’avanguardia
Manutenzione Restauro classico Ricreazione da parte dell’artista

La vera rottura si manifesta nel modo in cui viene definito l’asset collezionabile. Per l’arte biodegradabile, l’oggetto fisico può essere solo una parte dell’equazione. Come suggeriscono le nuove analisi di mercato, la vera risorsa a lungo termine diventa la documentazione della sua trasformazione.

Il processo di degrado stesso diventa parte dell’opera, e la sua documentazione diventi l’asset collezionabile e monetizzabile a lungo termine

– Analisi di mercato, Tendenze del mercato dell’arte contemporanea

Un video in time-lapse che mostra la lenta decomposizione, certificati di autenticità su blockchain (NFT) che attestano la storia dell’opera, o persino il diritto contrattuale di far ricreare l’opera dall’artista dopo un certo numero di anni, sono tutti nuovi strumenti che il mercato sta esplorando. La scelta tra “eterno” e “biodegradabile” non è più una scelta tra durevole e fragile, ma tra due diverse concezioni di valore e di possesso.

L’errore di pulire le nuove plastiche artistiche con prodotti tradizionali

Un’opera d’arte in bioplastica, specialmente se traslucida o con finiture delicate, è tanto un oggetto estetico quanto un delicato equilibrio chimico. L’errore più comune e potenzialmente devastante nella sua manutenzione è trattarla come se fosse una plastica tradizionale, come il PVC o l’acrilico. L’applicazione di solventi comuni, anche quelli considerati “delicati” per altre superfici, può causare danni irreparabili, come opacizzazione, micro-fratture o un’accelerazione incontrollata del processo di degrado. Prodotti come alcool isopropilico o detergenti a base di ammoniaca sono estremamente aggressivi sulle catene polimeriche delle bioplastiche.

La conservazione di queste opere richiede un protocollo specifico, più vicino a quello del restauro di manufatti antichi che alla pulizia di oggetti moderni. La priorità assoluta è la rimozione meccanica e non invasiva della polvere e dello sporco superficiale. Qualsiasi intervento chimico deve essere considerato l’ultima risorsa e condotto con estrema cautela.

Mani con guanti bianchi che puliscono delicatamente una scultura traslucida con tampone di cotone

Un protocollo di pulizia sicuro per le bioplastiche artistiche si basa su passaggi progressivi e controllati:

  1. Spolveratura a secco: Utilizzare aria compressa a bassa pressione (sotto i 2 bar) o pennelli a setole morbidissime per rimuovere il particolato depositato, evitando qualsiasi contatto abrasivo.
  2. Pulizia superficiale: Impiegare panni in microfibra di alta qualità, specifici per ottiche o superfici laccate, leggermente inumiditi solo se necessario.
  3. Rimozione di macchie localizzate: Intervenire con tamponi di cotone idrofilo imbevuti di acqua deionizzata o bidistillata, lavorando con movimenti circolari e delicati e asciugando immediatamente l’area.
  4. Protezione: Per opere esposte, l’applicazione di uno strato sacrificale con cere naturali microcristalline (come la carnauba) può fornire una barriera protettiva contro polvere e umidità, senza reagire chimicamente con il substrato.

Inoltre, è fondamentale conservare sempre le opere al riparo dalla luce solare diretta e in ambienti con umidità e temperatura stabili, per evitare di innescare i processi di degradazione discussi in precedenza. Ignorare queste precauzioni significa condannare l’opera a un invecchiamento precoce e disomogeneo.

Verificare l’origine etica delle materie prime: i 3 standard da richiedere all’artista

Per un collezionista o un’istituzione che investe in arte sostenibile, la dicitura “bioplastica” non è di per sé una garanzia sufficiente. Il termine copre una vasta gamma di materiali con origini e cicli di vita molto diversi. Materiali derivanti da colture alimentari intensive, ad esempio, sollevano questioni etiche legate alla competizione con la produzione di cibo (“food vs. non-food”). Per questo, un acquisto consapevole richiede una due diligence sulla tracciabilità della materia prima. Il bio-PET, ad esempio, rappresenta già il 40% della produzione mondiale di bioplastiche, ed è cruciale sapere se la sua componente “bio” derivi da canna da zucchero sostenibile o da altre fonti.

L’artista e la galleria hanno la responsabilità di fornire una documentazione chiara che attesti l’origine etica e le caratteristiche di fine vita del materiale. Un collezionista informato dovrebbe richiedere prove concrete che vadano oltre le semplici dichiarazioni di intenti. Esistono standard internazionali e documenti specifici che possono fornire questa garanzia.

Per valutare la reale sostenibilità di un’opera in bioplastica, un collezionista può effettuare un audit basato sulla richiesta di tre tipologie di documentazione. Questo approccio trasforma l’acquisto in un atto di supporto a una filiera artistica veramente responsabile.

Checklist di audit per l’acquisto di opere in bioplastica:

  1. Verifica della materia prima (Certificazione ISCC PLUS): Richiedere la prova che il polimero sia certificato ISCC PLUS (International Sustainability and Carbon Certification). Questo standard garantisce che le biomasse utilizzate (mais, canna da zucchero, cellulosa) provengano da fonti sostenibili, non in competizione con la filiera alimentare e gestite in modo responsabile.
  2. Verifica della compostabilità (Norma EN 13432): Chiedere se il manufatto finito (non solo il granulo di base) è conforme alla norma europea EN 13432. Questa certificazione assicura che il prodotto si degradi di almeno il 90% entro 3 mesi in un impianto di compostaggio industriale, senza rilasciare sostanze tossiche.
  3. Verifica del piano di fine vita (End-of-Life Plan): Esigere dall’artista o dalla galleria un documento chiaro che delinei le opzioni per la gestione dell’opera a fine vita. Questo può includere istruzioni dettagliate per lo smaltimento, l’adesione a programmi di “take-back” (ritiro) da parte dello studio o indicazioni per il compostaggio domestico, se applicabile.

FSC o riciclata: quale scelta è veramente ecologica e apprezzata dal lettore?

Nel dibattito sulla sostenibilità dei materiali, la discussione si concentra spesso sull’origine della materia prima: è meglio un materiale vergine proveniente da fonti gestite responsabilmente (come il legno certificato FSC o una bioplastica da agricoltura sostenibile) o un materiale riciclato? Nell’ambito delle arti plastiche, questa domanda assume una connotazione non solo ecologica ma anche profondamente estetica. Mentre la bioplastica vergine offre purezza, trasparenza e uniformità cromatica, la plastica riciclata porta con sé una storia, un’impronta del suo passato che molti artisti scelgono di non nascondere, ma di esaltare.

La plastica riciclata, per sua natura, non è mai perfettamente omogenea. Può presentare variazioni di colore, inclusioni di altri materiali, e una texture leggermente irregolare. Questi che un tempo sarebbero stati considerati “difetti” di produzione, oggi vengono reinterpretati come elementi di unicità e autenticità. L’opera diventa una testimonianza tangibile del processo di recupero, un mosaico di storie precedenti fuse in una nuova forma. Questo approccio sposta il focus dalla perfezione industriale all’accettazione e valorizzazione dell’imperfezione materica.

Gli artisti trasformano i ‘difetti’ della plastica riciclata in una firma stilistica, valorizzando l’estetica del recupero

– Tendenze artistiche, Analisi del mercato dell’arte sostenibile

Dal punto di vista del collezionista, la scelta tra un’opera in bioplastica vergine e una in plastica riciclata riflette due diverse sensibilità. La prima si allinea a un’idea di sostenibilità “pulita” e tecnologica, basata sull’innovazione dei materiali e sulla circolarità biologica. La seconda abbraccia una sostenibilità “post-industriale” e critica, che lavora con ciò che già esiste, trasformando il rifiuto in risorsa e il difetto in pregio. Entrambe le scelte sono ecologicamente valide, ma comunicano messaggi diversi e attraggono segmenti di pubblico differenti, dimostrando che non esiste un’unica via alla sostenibilità nell’arte.

Come scegliere materiali che resistono a smog e piogge acide per 20 anni?

La collocazione di una scultura in un ambiente esterno, specialmente in contesti urbani, la espone a un cocktail di agenti aggressivi: raggi UV, variazioni termiche, smog, particolato e piogge acide. Per una bioplastica standard, queste condizioni rappresentano una condanna a un degrado rapido e antiestetico. Tuttavia, la ricerca sui materiali sta aprendo la strada a una nuova generazione di biocompositi rinforzati, progettati specificamente per resistere all’aperto, trasformando la vulnerabilità in durabilità programmata.

L’approccio non è più quello di usare una bioplastica “pura”, ma di caricarla con additivi naturali che ne migliorano le proprietà meccaniche e la resistenza chimica. I ricercatori dell’ENEA, ad esempio, hanno sviluppato biocompositi “intelligenti” aggiungendo alla matrice polimerica fibre derivanti da scarti agroalimentari come lino, canapa o persino fondi di caffè. Queste fibre agiscono come un’armatura interna, aumentando la resistenza alla trazione e al fuoco e rallentando la penetrazione degli agenti atmosferici.

Per una durabilità ventennale in esterno, l’artista e il progettista possono adottare una strategia basata sul concetto di “patina nobile controllata”, mutuato dalla scultura in bronzo. Invece di combattere l’ossidazione, la si progetta e la si guida. Questo approccio si articola in quattro punti:

  • Progettare il degrado superficiale: Utilizzare biocompositi caricati con polveri metalliche (bronzo, rame, ferro). L’esposizione agli agenti atmosferici ossiderà solo lo strato metallico superficiale, creando una patina protettiva esteticamente pregevole che scherma il polimero sottostante.
  • Adottare un design modulare: Progettare l’opera con componenti facilmente sostituibili, specialmente nelle aree più esposte all’accumulo di acqua o inquinanti.
  • Applicare “clear coat” nanotecnologici: Proteggere la superficie con vernici trasparenti a base ceramica o silanica, che creano un film idrofobico e anti-graffiti, impedendo ad acqua e smog di entrare in contatto diretto con la bioplastica.
  • Documentare la manutenzione: Prevedere un piano di pulizia e riapplicazione periodica dei trattamenti protettivi, proprio come si farebbe per un’opera in metallo o pietra.

In questo modo, la longevità non è affidata alla speranza, ma diventa il risultato di una precisa ingegneria dei materiali e di un progetto di conservazione proattivo, rendendo le bioplastiche una scelta praticabile anche per l’arte pubblica monumentale.

Da ricordare

  • La degradazione delle bioplastiche non è un processo automatico, ma dipende da condizioni specifiche di temperatura, umidità e microbiologia, rendendola un fenomeno controllabile.
  • Il valore nel mercato dell’arte sostenibile si sta spostando dall’oggetto fisico perenne al processo di trasformazione, la cui documentazione (video, NFT) diventa l’asset principale.
  • La conservazione delle opere in bioplastica richiede competenze nuove e specifiche, diverse da quelle per le plastiche tradizionali, basate su protocolli non invasivi e sulla gestione proattiva del fine vita.

Come rendere un grande festival “Plastic Free” senza collassare sui costi?

La sfida di eliminare la plastica monouso da grandi eventi come festival musicali, fiere d’arte o manifestazioni culturali è enorme. La sostituzione di migliaia di bicchieri, piatti e posate con alternative compostabili può sembrare un costo proibitivo. Tuttavia, un’analisi olistica dei costi rivela che l’adozione di bioplastiche certificate può generare risparmi significativi e, soprattutto, creare un potente valore mediatico e di posizionamento per l’evento. La chiave è passare da una logica di “costo del prodotto” a una di “costo del ciclo di vita”.

Il vantaggio economico principale risiede nella gestione dei rifiuti. Un evento che utilizza solo stoviglie in bioplastica compostabile (certificate EN 13432) insieme ai rifiuti organici alimentari, trasforma più flussi di rifiuti complessi e costosi da smaltire in un unico flusso omogeneo: l’umido. Questo semplifica drasticamente la raccolta differenziata e può portare a una riduzione fino al 30% sui costi di smaltimento, passando dalla tariffa per i rifiuti misti indifferenziati a quella, molto più bassa, per il compostabile.

Studio di caso: Installazioni temporanee in micelio per eventi culturali

Oltre alle stoviglie, i festival utilizzano enormi quantità di materiali per scenografie e installazioni temporanee. Artisti e designer stanno sperimentando con successo l’uso del micelio per creare padiglioni e sculture monumentali. Queste strutture “viventi” crescono in pochi giorni e, a fine evento, invece di diventare tonnellate di rifiuti da smaltire, vengono triturate e utilizzate come fertilizzante per le aree verdi circostanti. Questo non solo azzera i costi di smaltimento, ma crea un ciclo virtuoso e un potente messaggio di sostenibilità che amplifica enormemente la risonanza mediatica e l’immagine positiva del festival.

La strategia “Plastic Free” diventa quindi un investimento e non un costo. Oltre al risparmio economico diretto, i benefici indiretti sono immensi: attrazione di sponsor sensibili alle tematiche green, fidelizzazione di un pubblico consapevole e una copertura mediatica positiva che valorizza l’evento ben oltre il suo programma artistico. La transizione richiede una pianificazione attenta e la collaborazione con fornitori certificati, ma il ritorno, sia economico che di immagine, è indiscutibile.

Per artisti, galleristi e collezionisti, abbracciare il mondo delle bioplastiche significa intraprendere un percorso di formazione continua. È fondamentale non solo comprendere le potenzialità estetiche di questi materiali, ma anche padroneggiarne le specificità tecniche e le implicazioni conservative. L’approccio più saggio è quello di considerare la consulenza di un esperto in conservazione di materiali polimerici fin dalla fase di progettazione dell’opera.

Scritto da Giulia Ricci, Architetto paesaggista ed esperta in rigenerazione urbana con focus sui materiali innovativi. Da 12 anni progetta interventi di Public Art e riqualificazione delle periferie in collaborazione con enti locali.