
La sfida di portare in scena una tragedia greca oggi assomiglia a un atto di funambolismo. Da un lato, il rischio di presentare un pezzo da museo, polveroso e incomprensibile, che allontana il pubblico. Dall’altro, l’abisso della banalizzazione: una modernizzazione forzata, fatta di jeans, t-shirt e un linguaggio impoverito, che sveste il mito della sua aura e del suo mistero, trasformando Antigone in una capricciosa adolescente e Creonte in un manager autoritario. Molti registi, per rendere il testo “accessibile”, cadono in trappole ormai consuete: tagliano il coro perché “noioso”, appiattiscono la metrica in una prosa colloquiale e si affidano a costumi contemporanei generici, sperando che bastino a creare un ponte con il presente.
Ma se la vera chiave non fosse “aggiornare”, bensì “decodificare”? E se, invece di chiederci “come lo diremmo oggi?”, ci chiedessimo “perché lo dicevano così allora?”. L’approccio che proponiamo qui è radicalmente diverso. Considera la tragedia non come una semplice storia, ma come una sofisticata macchina drammaturgica, un congegno perfetto dove ogni elemento – il verso, il coro, la maschera – ha una funzione precisa. Il nostro compito non è rottamare questa macchina, ma comprenderne gli ingranaggi per riassemblarla con pezzi contemporanei che svolgano la stessa, identica funzione. L’obiettivo è preservare la complessità, il dubbio e la potenza rituale del testo, trovando la sua risonanza archetipica nel cuore dello spettatore di oggi.
Questo articolo è una guida per registi e drammaturghi che desiderano affrontare questa sfida. Analizzeremo otto snodi cruciali del processo di adattamento, fornendo strategie concrete per costruire un ponte solido tra il V secolo a.C. e il nostro presente, un ponte che permetta al mito di parlarci ancora con la sua voce tonante, senza bisogno di essere tradotto in un sussurro.
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Per navigare attraverso le complesse decisioni che un adattamento richiede, abbiamo strutturato questo percorso in otto tappe fondamentali. Il seguente sommario vi guiderà nell’esplorazione di ogni aspetto, dal ruolo del coro alla scelta del linguaggio, fino alla direzione degli attori.
Sommario: Adattare i classici: un manuale per il teatro contemporaneo
- Perché tagliare il coro greco è spesso un errore strutturale (e come sostituirlo)?
- Mantenere l’endecasillabo o passare alla prosa: quale scelta favorisce la comprensione?
- Toghe o abiti contemporanei: come evitare l’effetto “modernizzazione forzata” kitsch?
- L’errore di spiegare troppo il sottotesto togliendo il mistero al mito
- Individuare il “gancio” attuale: le 3 tematiche di Antigone che parlano all’Italia di oggi
- Perché i giovani disertano la processione storica (e come farli tornare)?
- Cronologia lineare o flashback: quale struttura tiene incollato il lettore di saggi?
- Come dirigere attori non professionisti ottenendo risultati credibili?
Perché tagliare il coro greco è spesso un errore strutturale (e come sostituirlo)?
Tagliare il coro è una delle soluzioni più comuni e, allo stesso tempo, più dannose nell’adattamento di una tragedia greca. Lo si fa per snellire, per modernizzare, ma così facendo si estirpa un organo vitale della macchina drammaturgica. Il coro non è un intermezzo lirico; è il mediatore tra il mito e la polis, tra l’azione individuale degli eroi e la reazione della collettività. La sua funzione è multipla: fornisce il contesto, commenta l’azione, incarna la voce della tradizione o del buon senso e gestisce la tensione emotiva dello spettatore. Eliminarlo significa creare un vuoto strutturale che lascia i protagonisti isolati in un’iper-psicologia moderna e priva il pubblico di una chiave di lettura fondamentale.
La vera sfida non è eliminare il coro, ma reinventarne la forma preservandone la funzione. Le possibilità sono infinite e dipendono dalla visione registica. Si può trasformare in un commentatore musicale, un DJ che campiona frammenti di notizie. Può diventare una “voce della città” digitale, con proiezioni di feed di social media che reagiscono in tempo reale. Oppure, si può frammentare e disperdere tra il pubblico, trasformando gli spettatori stessi in una comunità che giudica e partecipa.
Studio di caso: L’Antigone di Roberto Latini: il coro frammentato tra il pubblico
Un esempio magistrale di questa reinvenzione è l’Antigone di Roberto Latini. Invece di un gruppo compatto, Latini posiziona singoli coristi tra il pubblico in platea, mentre il potere (Creonte) resta confinato sulla scena. Questa scelta spaziale crea una potente metafora della polarizzazione sociale: il popolo è diviso, frammentato, mentre il potere agisce compatto. Gli attori, che a tratti indossano maschere bianche e a tratti recitano a viso aperto, creano un ulteriore livello di sdoppiamento, incarnando perfettamente la funzione di un coro che non è più un’entità unica, ma la somma dissonante delle voci della città contemporanea.
Altre strategie includono la sostituzione con un paesaggio sonoro complesso (soundscape) o la trasformazione delle parti corali in sequenze coreografiche eseguite dall’intero cast, che bloccano l’azione individuale per creare un momento di rituale collettivo.
Mantenere l’endecasillabo o passare alla prosa: quale scelta favorisce la comprensione?
La questione della lingua è forse la più spinosa. La tentazione di tradurre il testo in una prosa piana e colloquiale è forte, mossa dalla lodevole intenzione di massima comprensibilità. Tuttavia, questa scelta rischia di essere un tradimento non solo della forma, ma della sostanza stessa della tragedia. Il verso greco non era un abbellimento estetico; era uno strumento che elevava il discorso al di sopra del quotidiano, lo caricava di un ritmo rituale e ne amplificava la potenza mnemonica ed emotiva. Ridurlo a una chiacchiera da salotto significa sgonfiare il mito, privandolo della sua dimensione sacra e universale.
Come afferma il regista e drammaturgo Massimiliano Civica, la cui riflessione sul genere è illuminante, il rischio è quello di scivolare dalla tragedia al melodramma.
La tragedia è nel segno della complessità e del dubbio che porta alla compassione; il melodramma è nel segno della semplificazione e della certezza che rende soddisfatti di sé
– Massimiliano Civica, Programma di sala Antigone
Una prosa troppo semplice porta alla semplificazione. La soluzione non sta quindi in una scelta binaria tra un verso arcaico e incomprensibile e una prosa banale. La via maestra è quella della “traduzione di senso”. Si tratta di cercare un linguaggio contemporaneo che non sia necessariamente prosa, ma che possieda una sua dignità poetica, un suo ritmo interno, una sua capacità di evocare immagini potenti. Può essere un verso libero, una prosa ritmica, un linguaggio che mescola registri alti e bassi, ma che non rinuncia mai alla complessità del pensiero e alla densità della parola. L’obiettivo è che la parola rimanga “viva”, un’entità fisica incarnata dagli attori, come dimostra l’approccio minimalista di Civica nel suo allestimento, dove tutto è ridotto all’essenziale per far risaltare la potenza del verbo.
Toghe o abiti contemporanei: come evitare l’effetto “modernizzazione forzata” kitsch?
Il costume è il primo segnale che lo spettatore riceve. Una toga può urlare “museo”, ma un jeans e una felpa possono gridare “banalizzazione”. L’errore comune è pensare al costume come a una semplice scelta di ambientazione (“lo facciamo oggi”), quando invece è un potente strumento di significazione. L’effetto “modernizzazione forzata” kitsch nasce quando il costume contemporaneo è generico, casuale, e non aggiunge alcun livello di lettura al testo, anzi, spesso entra in conflitto con l’elevatezza del linguaggio e la magnitudine dei temi. Vedere un re che decide della vita e della morte vestito come un impiegato del catasto crea una dissonanza che, se non voluta e controllata, risulta ridicola.
Per evitare questo scivolone, il costume non deve definire un’epoca, ma una funzione archetipica o un conflitto. Un’uniforme del potere, un abito cerimoniale, una divisa militare possono essere decontestualizzati da un’epoca precisa e funzionare come simboli universali. Un approccio efficace è creare un “cortocircuito temporale”, scegliendo un’epoca specifica che abbia delle forti risonanze con il conflitto della tragedia.
Studio di caso: Costumi anni ’40 nell’Antigone di Civica
Nell’Antigone di Massimiliano Civica, la scelta di costumi che evocano gli anni ’40 non è un vezzo estetico. Creonte indossa una divisa da capo partigiano, mentre Antigone e Ismene eleganti abiti di foggia anni quaranta. Questa scelta trasporta immediatamente il conflitto tra legge dello Stato (il nuovo ordine post-bellico) e legge di sangue (la pietas per i vinti) nel contesto della guerra civile italiana. Il costume non “modernizza”, ma crea un’allegoria precisa, un ponte che collega Tebe all’Italia del dopoguerra, arricchendo il testo di un nuovo strato di significato storico e politico senza tradirne il nucleo.
Un’altra strategia potente è l’evoluzione del costume durante la pièce: abiti che si strappano, si sporcano, vengono modificati, mostrando visivamente la discesa o la trasformazione del personaggio. Oppure, creare un’opposizione visiva netta: uniformi identiche per i rappresentanti del potere contro la singolarità imperfetta degli abiti dei ribelli.
Vostro piano d’azione: Audit del segnale visivo
- Punti di contatto: Elencate tutti i canali visivi (costumi, oggetti, luci) dove il conflitto tra personaggio e mondo viene mostrato.
- Raccolta: Inventariate gli elementi esistenti (es. uniformi vs abiti civili). Qual è il loro significato simbolico immediato?
- Coerenza: Confrontate le scelte visive con i valori e il posizionamento dei personaggi. L’abito di Creonte esprime potere o burocrazia? Quello di Antigone ribellione o lutto?
- Memorabilità/emozione: Individuate l’elemento visivo unico (un colore, uno strappo, un oggetto) che rende un personaggio memorabile. È generico o specifico?
- Piano d’integrazione: Stabilite come e quando modificare o far evolvere gli elementi visivi per sottolineare l’arco narrativo dei personaggi.
L’errore di spiegare troppo il sottotesto togliendo il mistero al mito
Nella nostra epoca dominata dall’informazione e dalla spiegazione, la tentazione più grande per un regista è quella di voler “chiarire” il mito, di esplicitarne ogni sottotesto, di fornire allo spettatore una comoda mappa psicologica per ogni personaggio. Questo è l’errore più fatale, perché il mito non funziona come un’equazione da risolvere, ma come un’immagine da contemplare. La sua potenza risiede proprio in ciò che non dice, nelle sue ambiguità, nelle sue zone d’ombra. Spiegare il mistero significa ucciderlo. La tragedia greca non offre risposte, ma pone domande enormi. Antigone ha ragione? Creonte è solo un tiranno? La grandezza di Sofocle sta nel non dare una risposta univoca, ma nel presentare un conflitto tra due ragioni ugualmente potenti e ugualmente fallibili.
Il compito del regista non è quello di fare da “divulgatore” del mito, ma da sacerdote del rito. Deve creare le condizioni affinché il mistero possa manifestarsi. Ciò significa lavorare per sottrazione, non per addizione. Significa usare le luci, le ombre, i silenzi, i gesti per suggerire piuttosto che per mostrare.

L’immagine sopra evoca perfettamente questo principio: la figura è solo un’ombra, una silhouette moltiplicata in forme astratte. Non sappiamo chi sia, ma ne percepiamo la complessità, le possibili interpretazioni. Il teatro deve aspirare a questa polisemia. Un approccio che ha esplorato a fondo questa via è stato quello del Living Theatre, che privilegiava l’azione fisica e rituale alla spiegazione verbale, cercando un impatto viscerale e pre-razionale sullo spettatore.
Studio di caso: Il Living Theatre: Antigone come azione rituale
Nella loro storica messa in scena del 1967, il Living Theatre non si preoccupava di spiegare le motivazioni psicologiche. L’approccio era fisico, brutale, rituale. L’opera mostrava un Creonte dispotico che castra i suoi consiglieri, riducendoli a cani. L’azione non era una metafora da decifrare, ma un evento reale e scioccante che accadeva di fronte al pubblico. In questo modo, il conflitto tra potere e individuo non veniva raccontato, ma vissuto fisicamente, lasciando che il suo impatto archetipico risuonasse direttamente nel corpo e nell’inconscio degli spettatori, senza il filtro dell’analisi intellettuale.
Individuare il “gancio” attuale: le 3 tematiche di Antigone che parlano all’Italia di oggi
Un classico è tale perché, pur parlando di un tempo lontano, riesce a illuminare il nostro presente. Per evitare l’effetto “pezzo da museo”, è fondamentale che il regista individui il “gancio”, il punto di contatto più elettrico tra il nucleo tematico della tragedia e le tensioni della società contemporanea. Non si tratta di attualizzare forzatamente, ma di riconoscere le domande che il testo pone e che sono ancora le nostre. L’Antigone non è solo una storia di una ragazza ribelle; è una macchina filosofica che mette in scena conflitti insanabili. Quali di questi conflitti risuonano con più forza oggi?
Un esempio di questo processo di “aggancio” è il film Antigone di Sophie Deraspe, che traspone la tragedia di Sofocle nella Montréal di oggi, basandosi su un reale fatto di cronaca. In questo adattamento, la morte del fratello della protagonista a opera della polizia diventa il motore di una ribellione contro un sistema percepito come ingiusto. Il film non ha bisogno di spiegare il mito, perché la storia di brutalità poliziesca e di immigrazione è già un mito contemporaneo dolorosamente riconoscibile.
Per il contesto italiano, l’Antigone offre almeno tre “ganci” di straordinaria potenza:
- Legge dello Stato vs. Coscienza Individuale: Questo è il cuore del dramma. Oggi, questa tensione si manifesta nei casi di disobbedienza civile, come gli attivisti che salvano migranti in mare sfidando le leggi o le proteste ambientaliste di Ultima Generazione. Antigone non è un’eroina astratta, è la capitana di una nave ONG, è l’attivista che si incolla a un’opera d’arte.
- Conflitto Generazionale: La tragedia mette in scena lo scontro tra i giovani (Antigone, Emone) che esigono un nuovo paradigma etico e una gerontocrazia (Creonte) aggrappata a un ordine obsoleto. Questa dinamica è il riflesso perfetto delle tensioni attuali tra generazioni su temi come la giustizia climatica, i diritti civili e il lavoro.
- Il Lutto come Atto Politico: Antigone non compie un gesto privato, ma trasforma il suo lutto in un atto pubblico e politico. Questo risuona potentemente con i memoriali e le campagne per le vittime di Stato, di mafia o di disastri come il crollo del Ponte Morandi, dove il ricordo dei morti diventa un’accusa contro il potere e una richiesta di giustizia.
Perché i giovani disertano la processione storica (e come farli tornare)?
Il titolo di questa sezione parla di “processione storica”, una metafora perfetta per un certo tipo di teatro classico: lento, ieratico, prevedibile, percepito dai più giovani come una cerimonia noiosa a cui si è obbligati a partecipare. Se i giovani disertano questo tipo di rappresentazione, non è perché rifiutano i classici, ma perché rifiutano la noia. Rifiutano un’esperienza passiva, in cui viene chiesto loro solo di sedersi in silenzio e “assorbire” la cultura. L’idea che i giovani non siano interessati è smentita dai fatti: il Festival del Teatro Classico dei Giovani organizzato dall’INDA a Siracusa è un evento di enorme successo, che dimostra come l’interesse sia vivo e vegeto quando l’approccio è quello giusto.
I dati lo confermano: oltre 2000 studenti da tutti i licei d’Italia e d’Europa partecipano annualmente al Festival, non solo come spettatori ma spesso come attori. Cosa funziona, allora? Funziona l’esperienza attiva, il laboratorio, il sentirsi parte di un evento e non semplici fruitori. Per far tornare i giovani, bisogna trasformare la “processione” in un “evento”. Questo può avvenire in molti modi: utilizzando spazi non convenzionali, rendendo lo spettacolo immersivo, o integrando la tecnologia non come un gadget, ma come un ponte verso la comprensibilità e l’interazione.

Un esempio illuminante arriva ancora da Siracusa, dove l’innovazione tecnologica viene messa al servizio della tradizione. Non si tratta di proiettare video a caso, ma di usare strumenti sofisticati per abbattere le barriere linguistiche e rendere l’esperienza più inclusiva e accessibile, senza intaccare la sacralità del testo.
Studio di caso: Tecnologia e interattività al Teatro Greco di Siracusa
A partire dal 2024, la Fondazione INDA ha introdotto un’innovazione significativa per migliorare l’accessibilità degli spettacoli. Grazie a un nuovo dispositivo basato sull’intelligenza artificiale, gli spettatori internazionali possono seguire le tragedie in traduzione simultanea tramite un auricolare. Questo approccio non altera la performance originale, ma la rende fruibile a un pubblico molto più ampio, dimostrando che la tecnologia può essere una preziosa alleata per la diffusione della cultura classica, e non una sua nemica.
Cronologia lineare o flashback: quale struttura tiene incollato il lettore di saggi?
La tragedia greca, con la sua ferrea unità di tempo, luogo e azione, sembra l’epitome della narrazione lineare. L’azione inizia e si conclude in un arco temporale ristretto, e tutto ciò che è accaduto prima viene riportato nel racconto dei messaggeri. Sebbene questa struttura abbia una sua potente efficacia, il pubblico contemporaneo, abituato alle complesse architetture narrative delle serie TV, è pronto per approcci più audaci. Scomporre la cronologia attraverso flashback o montaggi paralleli non è un tradimento, ma può diventare uno strumento potentissimo per creare nuovi strati di significato e gestire l’economia dell’attenzione dello spettatore.
L’idea non è di confondere, ma di creare risonanze. Un flashback può mostrare l’evento traumatico che ha scatenato la tragedia (la battaglia in cui sono morti i fratelli di Antigone), dandogli un’immediatezza che il semplice racconto non può avere. Un montaggio parallelo può accostare la scena antica a una scena contemporanea, creando quel “cortocircuito temporale” di cui abbiamo parlato. Come suggerisce il regista Federico Tiezzi, a volte è necessario prendere in prestito le tecniche più efficaci della narrazione moderna per catturare subito il pubblico.
La vera questione è come gestire l’economia dell’attenzione. Usare la tecnica del ‘cold open’ delle serie TV: iniziare l’opera con una scena ad alta tensione
– Federico Tiezzi, Intervista sul programma di sala dell’Antigone
Questa scena “ad alta tensione” potrebbe essere un prologo che non esiste nel testo originale, o l’anticipazione di un momento cruciale che avverrà più tardi. Un esempio radicale di questa riscrittura strutturale è il lavoro di Milo Rau, che non si limita a raccontare il mito di Antigone, ma lo intreccia con una storia contemporanea, creando un dialogo costante tra passato e presente.
Studio di caso: L’Antigone di Milo Rau: montaggio parallelo tra antico e contemporaneo
Nel suo progetto “Antigone in the Amazon”, Milo Rau e il suo team si sono recati in Amazzonia per creare una nuova Antigone politica insieme a popolazioni indigene e attivisti. Lo spettacolo non è una semplice trasposizione del mito, ma un montaggio parallelo di scene della tragedia di Sofocle e scene che documentano la lotta del Movimento dei Senza Terra (MST) contro lo sfruttamento delle loro terre. L’opera diventa così un gioco allegorico sulle violente devastazioni causate dallo Stato moderno, dove la lotta di Antigone per seppellire suo fratello si specchia nella lotta degli indigeni per proteggere la loro terra ancestrale.
Da ricordare
- Funzione prima della forma: Non chiedetevi come replicare il coro o il verso, ma quale fosse la loro funzione (mediazione, elevazione) e come ricrearla con strumenti contemporanei.
- La complessità è un valore: Resistete alla tentazione di semplificare. La tragedia offre dubbi, non certezze. Il vostro adattamento deve preservare questa ambiguità per stimolare lo spettatore.
- Cercate il cortocircuito temporale: Il legame più forte con il presente non è una generica modernizzazione, ma un singolo, potente dettaglio (un oggetto, un costume, un suono) che fa collidere l’antico e il contemporaneo.
Come dirigere attori non professionisti ottenendo risultati credibili?
Spesso, soprattutto in produzioni indipendenti o progetti comunitari, ci si trova a lavorare con attori non professionisti o con allievi attori. Questo non deve essere visto come un limite, ma come un’opportunità. Un attore non professionista può portare in scena un’autenticità e una fragilità che un attore di mestiere a volte fatica a ritrovare. Tuttavia, la direzione deve cambiare radicalmente. Insistere su un’analisi psicologica complessa del personaggio o su una perfetta dizione del verso può essere controproducente e generare solo frustrazione e insicurezza.
La chiave è lavorare su un piano più fisico e concreto. Bisogna fornire all’attore delle “ancore” a cui aggrapparsi, delle azioni precise che lo liberino dalla pressione di “interpretare” un sentimento. Ecco alcune tecniche efficaci:
- Dal testo all’azione: Invece di chiedere “cosa prova Antigone?”, si chiede “cosa fa Antigone?”. Si parte da un verbo d’azione concreto che l’attore deve eseguire fisicamente: supplicare, sfidare, accusare, confortare. L’emozione emergerà come conseguenza dell’azione fisica, non come suo prerequisito.
- Il laboratorio della memoria: Per temi universali come il lutto, la ribellione o il conflitto con l’autorità, è possibile guidare gli attori in workshop protetti per collegare le situazioni della tragedia a esperienze di vita reali. Questo non significa fare psicodramma, ma trovare un “motore emotivo” autentico che l’attore possa usare.
- Creare una partitura fisica: Definire una sequenza precisa e ripetibile di movimenti, posture e gesti. Questa “coreografia” dà sicurezza all’attore, creando una struttura solida all’interno della quale può sentirsi libero di agire, senza doversi preoccupare di “cosa fare con le mani”.
Questa pratica di integrare non professionisti o allievi è comune anche in contesti di altissimo livello, come dimostra l’Accademia dell’INDA a Siracusa, che crea un fertile scambio tra esperienza e nuova energia.
Studio di caso: Il coinvolgimento degli allievi dell’Accademia INDA
Nelle stagioni del Teatro Greco di Siracusa è prassi consolidata coinvolgere gli allievi dell’Accademia d’Arte del Dramma Antico. Ad esempio, per le produzioni del 2024, lo spettacolo vedrà in scena 25 artisti professionisti e 15 tra allievi e allieve dell’Accademia. Questo modello ibrido non solo offre un’incredibile opportunità formativa per i giovani, ma infonde anche nelle produzioni una vitalità e un’energia corale che sono perfettamente in linea con lo spirito del teatro greco, creando un ponte tangibile tra maestri e nuove generazioni.
Affrontare una tragedia greca è un’impresa immensa, ma non impossibile. Smettendo di vederla come un monumento intoccabile e iniziando a trattarla come una macchina drammaturgica viva e pulsante, è possibile liberarne la potenza e far sì che la sua voce risuoni, forte e chiara, anche per lo spettatore del XXI secolo. L’invito, per ogni artista, è di accettare questa sfida con coraggio, rigore e un’infinita dose di creatività.